Carlo Casalegno giornalista contro

casalegno 1Un uomo e un giornalista che, nella Torino degli anni di piombo, pagò con la vita il coraggio di denunciare le Brigate Rosse.

Nato a Torino il 15 febbraio del 1916, Carlo Casalegno si laureò in legge all'università di Torino, per poi tra il 1942 e il 1943 lavorare come insegnante nel liceo Palli di Casale Monferrato.

All’alba dell’8 settembre, Casalegno si unì al Partito d’Azione per la lotta partigiana, dove rincontrò buona parte degli intellettuali torinesi che avevano studiato con lui nel liceo d'Azeglio, e divenne un collaboratore del giornale clandestino Italia Libera.

Con la guerra finita, Carlo cominciò a lavorare come giornalista pubblicista e, nel 1947, venne assunto dalla redazione de La Stampa, il più noto e amato giornale di Torino, dove si distinse subito per la sua lingua ironica e pungente, specialmente sulle questioni di costume, culturali e politiche.

Nel 1956 Casalegno pubblicò per Einaudi un saggio sulla Regina Margherita e nel 1957 scrisse per Il Giornale un articolo sui problemi di organizzazione giornalistica.

Ormai popolarissimo per la sua rubrica Il nostro Stato, dove parlava del mondo di oggi e delle sue tante contraddizioni, nel 1968 Carlo venne nominato nuovo vicedirettore di La Stampa.

Dal 1969, con la nascita della Strategia della Tensione e il dramma quotidiano delle Brigate Rosse, Casalegno s’interessò sempre  più all’impegno politico e prese una netta posizione per la legalità, i diritti dei cittadini, l'ordinamento dello Stato battendosi contro la violenza e il terrorismo.

Ma il suo impegno civile lo fece finire nella lista nera dei terroristi, che guardavano con sospetto le campagne della Stampa contro il terrorismo, sostenute dal suo vicedirettore.

Nel maggio del 1977 a Torino iniziò il primo processo contro le Brigate Rosse, che al motto di “La rivoluzione non si processa” spinsero prima gli avvocati e poi gran parte dei giurati a lasciare la loro carica temendo ritorsioni contro i loro cari.

Solo Casalegno, dalle pagine di La Stampa ebbe il coraggio di dire quello che pensava “La legge e i principi stessi della convivenza civile hanno subito nella giornata di ieri un'altra sconfitta. S'infittiscono i segni di sgretolamento dello Stato. A Torino, il maggior processo indetto finora contro i brigatisti rossi è finito prima di cominciare: dopo la fuga in massa dei giurati, la Corte ha costatato l'impossibilità di costituire il collegio giudicante e rinviato il dibattito a nuovo ruolo…Miopi calcoli, negligenze, paura danno spazio crescente all'illegalità”.

Poco tempo dopo il giurista Fulvio Croce, che aveva avuto il coraggio di difendere d’ufficio i terroristi in un clima ostile, venne ucciso in un agguato da un gruppo di brigatisti, e la redazione di La Stampa ricevette un pacco bomba destinato a Casalegno.

Il giornalista venne messo sotto scorta ma nel mattino del 16 novembre del 1977, colto da un forte mal di denti, congedò i poliziotti e corse dal dentista per le cure necessarie.

Tornato a casa, Casalegno trovò, nell’androne del condominio dove viveva, un gruppo di brigatisti, comandato da Patrizio Peci, che gli spararono quattro colpi a bruciapelo.

Soccorso dalla moglie, Carlo morì, dopo un’agonia lunga 13 giorni, il 29 novembre del 1977, nell’ospedale Le Molinette di Torino.

I brigatisti rivendicarono l’uccisione di Casalegno come una ritorsione per le morti di Andreas Baader, Gudrum Enslin e Jean Carl Raspe, avvenute il 18 ottobre 1977 nel carcere di Stammhein in Germania.

Dopo la morte del giornalista, nel 1978 uscirono Il nostro Stato e nel 1980 Israele, giustizia e libertà, in ricordo del suo impegno culturale e grande rigore morale.

Grazie al pentimento di Peci, nel 1983 Raffaele Fiore, che sparò i colpi mortali contro Casalegno, venne condannato all’ergastolo, e nel 2004 l’Università di Torino conferì postuma a Carlo Casalegno la laurea in giurisprudenza.

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