Psichiatria infantile: al Regina Margherita accessi quintuplicati in quattro anni
Da Isan Hydi
Gennaio 15, 2026
Al pronto soccorso dell’Ospedale infantile Regina Margherita di Torino le consulenze neuropsichiatriche sono passate da 319 nel 2018 a 1694 nel 2022. La cifra non descrive una “moda diagnostica”, né un improvviso zelo specialistico. Segna piuttosto l’ingresso massiccio del disagio psichico nell’urgenza pediatrica, con la stessa concretezza con cui arrivano febbre alta, crisi respiratorie, traumi. Antonella Anichini, neuropsichiatra infantile e responsabile del Day hospital psichiatrico terapeutico dell’ospedale, racconta un’emergenza fatta di età che si abbassano, sintomi che si intrecciano, famiglie spesso stremate e servizi territoriali che, a macchia di leopardo, faticano a garantire continuità.
Dal triage alla presa in carico: la cura come percorso, non come atto
Nel racconto clinico, l’acuzie psichica arriva di frequente in grappolo: cinque o sei adolescenti nello stesso turno, ciascuno con bisogni urgenti, in un pronto soccorso che vive già di ritmi serrati e spazi compressi. A cambiare è anche l’età: il picco che un tempo si collocava intorno ai 14 anni scivola verso i 10–11, talvolta persino sotto. L’accesso in emergenza ha motivazioni riconoscibili – agitazione psicomotoria, disturbi alimentari, tentativi di suicidio o ideazione suicidaria, autolesionismo, ansia acuta – ma Anichini insiste su ciò che sta sotto: quadri “bio-psico-sociali” complessi, dove il sintomo diventa un linguaggio quando le parole mancano e il ragazzo appare al limite delle proprie risorse.
Da qui una conseguenza pratica: la consulenza specialistica e la prescrizione non bastano. Serve un contesto protetto, capace di decodificare la richiesta d’aiuto e di disinnescare condotte a rischio. La presa in carico, poi, si gioca sulla tenuta della rete. L’obiettivo clinico resta mantenere i ragazzi nel loro contesto di vita, rinviandoli ai curanti territoriali; però la rete dell’urgenza psichiatrica adolescenziale non è uniforme, tra carenze di personale, liste d’attesa e differenze organizzative. Quando la complessità lo richiede, l’ospedale diventa inevitabilmente un passaggio prolungato: posti letto limitati, saturazioni ricorrenti, soluzioni temporanee in reparti pediatrici, percorsi dedicati per disturbi alimentari e day hospital come cerniera tra fase acuta e ritorno alla quotidianità.
Adolescenza accelerata e identità in bilico: quando il sintomo diventa gesto
Anichini evita l’idea di un “nuovo profilo” unico: l’adolescenza cambia per definizione, e ogni tentativo di incasellarla finisce per perdere pezzi. Eppure alcune linee di forza emergono con chiarezza. La cultura dell’immediatezza trascina i ragazzi in una corsa che non lascia tempo alla sedimentazione: gratificazioni rapide, confronto continuo, paura di restare fuori dal gruppo che “galoppa”, alternanza tra troppo pieno e vuoto vissuto come inutile. In questo paesaggio, la domanda identitaria “chi sono?” scivola spesso in “non sono abbastanza”, alimentata da appartenenze digitali multiple e slegate, dove si può essere una cosa e il suo contrario senza che resti un confine stabile.
La fragilità identitaria non nasce dal web in sé, ma dall’assenza di punti d’appoggio reali e duraturi: gruppi sportivi, musicali, amicizie, classe, contesti dove la relazione resiste al momento. Anichini chiama in causa anche la “vitalità” adulta: la capacità di ingaggiare gli adolescenti in progetti concreti, vicini, credibili, capaci di contrastare i pensieri distruttivi e quella fatica a vivere che, in pronto soccorso, prende spesso la forma di un gesto sul corpo.
Famiglie, scuola, comunità: la rete come responsabilità distribuita
Quando un ragazzo arriva in acuzie, la famiglia entra nella scena clinica insieme a lui, con le proprie vulnerabilità, rotture, ricomposizioni, talvolta con un supporto sociale esile. Ai genitori viene chiesto di tenere insieme prossimità emotiva e funzione educativa: ascolto profondo, ma anche confini chiari; presenza, ma pure direzione. Per questo, nella pratica, diventano decisivi setting dedicati – gruppi, parent training, spazi di lavoro con e per i genitori – perché la cura dell’adolescente passa anche dalla possibilità degli adulti di non restare soli e di non essere travolti dall’oceano di informazioni.
La scuola, dal canto suo, può essere un ponte o un detonatore, a seconda di quanto riesce a restare luogo di relazione e non solo di prestazione. La scuola ospedaliera e i progetti di reinserimento mostrano quanto la didattica possa diventare presidio di normalità, inclusione e futuro; nello stesso tempo, i segnali che arrivano dagli istituti – crisi di panico, chiamate ripetute di soccorso, dispersione – chiedono un ripensamento serio della pressione percepita e reale, e una formazione che rafforzi la capacità educativa dei docenti, senza lasciarli isolati.
La diagnosi, qui, è meno importante della postura collettiva: intercettare segnali precoci richiede tempo e relazione, spesso in forme non solenni – un tragitto in auto, una chiacchiera in corridoio, una serie vista insieme – perché l’adolescente raramente “annuncia” il dolore con frasi chiare. Si nota nei gesti: isolamento, cambiamenti alimentari, mutamenti nell’uso del web, assenze da scuola, uno sguardo che parla di rinuncia. La rete di cura, quando funziona, è un patto di comunità che distribuisce la responsabilità, evita che tutto finisca sull’ultima soglia del sistema e restituisce ai ragazzi una cosa che, in pronto soccorso, appare spesso smarrita: la possibilità di essere accompagnati senza essere giudicati.
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Isan Hydi
Direttore responsabile di Torinofree.it, giornalista e fondatore di Rankister.com e Wolf.agency , esperto in Digital Pr e link building, scrive notizie di attualità e curiosità dal mondo.
