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Sovraindebitamento, l’esperto: “Il Tribunale non è sempre la soluzione migliore. A volte conviene trattare”

Da Redazione TorinoFree.it

Luglio 27, 2026

Sovraindebitamento, l’esperto: “Il Tribunale non è sempre la soluzione migliore. A volte conviene trattare”
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Chi ha qualche debito di troppo ha visto di sicuro online queste pubblicità che promettono di cancellare i debiti sfruttando quella che comunemente viene chiamata legge sul sovraindebitamento. Sono i messaggi pubblicitari che presentano la procedura di sovraindebitamento come una sorta di bacchetta magica. Una passeggiata, a leggere certa pubblicità.

La realtà, raccontano i professionisti che di questi casi ne vedono decine ogni settimana, è più sfumata. Lo strumento esiste, è serio e in molte situazioni risolutivo. Ma non è adatto a tutti, e presentarlo come l’unica via – o come la più conveniente – rischia di danneggiare proprio chi è già in difficoltà.

Ne abbiamo parlato con Giuseppe Valvo, consulente del debito che da oltre dieci anni affianca famiglie e professionisti in crisi con banche, finanziarie e fisco.

Lo strumento c’è, ma non è un abito taglia unica

Il riferimento normativo è il Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza, che ha assorbito la cosiddetta “legge 3” sul sovraindebitamento. Si tratta, conferma Valvo, di uno strumento potente, che ha permesso a molte persone di rimettersi in piedi.

«Il problema è l’idea che vada bene per chiunque», spiega. «A volte cercare di risolvere tutto davanti a un giudice è come voler abbattere una mosca con un cannone: fai molto rumore, spendi un patrimonio e rischi anche di mancare il bersaglio. Dipende dal singolo caso, e per capirlo bisogna guardare i numeri prima di decidere».

Secondo Valvo, ci sono tre aspetti della procedura in Tribunale che la pubblicità tende a tacere e che invece il debitore dovrebbe conoscere prima di incamminarsi su quella strada.

Il primo sono i costi iniziali. Avviare una pratica comporta spese fisse non trascurabili: il compenso dell’Organismo di Composizione della Crisi (l’OCC, l’ente che verifica la situazione economica del debitore), il contributo unificato, i consulenti. «Per chi è già senza liquidità, dover anticipare somme importanti solo per far partire la procedura è quasi un paradosso», osserva.

Il secondo sono i tempi. Tra perizie, integrazioni documentali e attese, possono passare molti mesi, talvolta anni. «Nel frattempo la situazione resta sospesa, e per chi è in difficoltà il tempo non è mai una variabile neutra».

Il terzo, meno intuitivo ma rilevante, è la perdita di autonomia nella gestione del denaro. In diverse procedure il debitore non decide più liberamente come spendere: c’è una figura – un gestore della crisi o un liquidatore – che vigila sulle uscite. «Significa che per certe spese bisogna chiedere il via libera. È giusto che sia così, fa parte delle regole, ma è bene saperlo prima, non scoprirlo dopo».

L’alternativa è l’accordo stragiudiziale

Esiste, in parecchi casi, una strada che non passa dall’aula di tribunale: la soluzione stragiudiziale, cioè l’accordo raggiunto direttamente con i creditori senza ricorrere al giudice.

«In pratica ci si siede a un tavolo con la banca o la finanziaria e si tratta», spiega Valvo. «Il ragionamento è semplice: se una persona deve 30.000 euro ma non li ha, si può proporre al creditore di chiudere subito con una cifra inferiore. Spesso la banca accetta, perché preferisce incassare poco ma subito, piuttosto che attendere anni un giudice con il rischio di non recuperare nulla».

I vantaggi per il debitore, sottolinea, possono essere notevoli: tempi molto più brevi, spese contenute e nessun controllo esterno sulla gestione delle proprie finanze. In alcune situazioni è anche possibile concordare un cosiddetto saldo e stralcio a rate, cioè la chiusura del debito con un acconto iniziale e il resto dilazionato. «Ma attenzione: ogni pratica è diversa e va analizzata singolarmente. Non esistono formule valide per tutti».

La differenza tra un venditore di pratiche e un consulente serio

È qui che, secondo Giuseppe Valvo, si misura la serietà di chi offre assistenza. «Chi guadagna sulla procedura giudiziale tenderà a spingere tutti verso il Tribunale, perché è lì che incassa di più. Un consulente serio, invece, guarda i numeri e a volte dice: nel tuo caso la via giudiziale sarebbe un autogol, facciamo un accordo privato e risolviamo con meno costi e meno stress».

Il punto, aggiunge, è “cucire la soluzione addosso alla persona”: chi ha un patrimonio da proteggere, o un debito non particolarmente elevato, potrebbe avere più da perdere che da guadagnare nel portare tutto davanti a un giudice. «Saper dire “questa strada non fa per te” non è la scelta più comoda per chi vende consulenza. Ma è quella che evita danni maggiori, e alla lunga è anche l’unica che costruisce fiducia. La reputazione si fa con i risultati reali, non con le promesse».

Il messaggio che Valvo lascia è prudente e poco spettacolare, ma utile. «Risolvere i debiti somiglia a una partita a scacchi: bisogna conoscere le regole, studiare la controparte e muovere la pedina giusta al momento giusto. La strada più breve non è sempre quella che passa per il Tribunale. A volte la via più rapida e più onesta è una trattativa fatta bene. L’importante è non lasciarsi incantare dalle promesse facili».

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