Referendum in Italia, 78 quesiti in 80 anni: la lunga storia delle urne
Da Gianluca Rini
Marzo 22, 2026
Dal 1946 al 2026, il rapporto tra gli italiani e il referendum ha attraversato passaggi politici, sociali e istituzionali molto diversi tra loro. In ottant’anni, gli elettori sono stati chiamati a esprimersi su 78 quesiti, distribuiti in 26 appuntamenti alle urne, perché in molte occasioni più domande sono state accorpate nella stessa consultazione. Dentro questo lungo percorso c’è una parte rilevante della storia del Paese: la fine della monarchia, i temi etici, il lavoro, la giustizia, l’assetto dello Stato, il ruolo dei partiti e perfino il rapporto con l’Europa.
Il primo voto referendario coincide con una svolta assoluta. Il 2 giugno 1946 gli italiani scelgono la forma dello Stato e da quella consultazione nasce la Repubblica. Da allora, accanto al referendum istituzionale, si contano 72 referendum abrogativi, un referendum consultivo e 4 referendum costituzionali. In alcuni casi il voto ha confermato norme già esistenti, in altri ha provato a cancellarle. A volte il risultato è stato netto, in altri momenti è stato il mancato raggiungimento del quorum a fermare tutto.
Guardando nel loro insieme queste consultazioni, emerge un dato evidente: il referendum è stato usato come strumento per misurare gli orientamenti profondi del Paese. Ci sono stati anni di forte partecipazione, come nel caso del divorzio, e stagioni in cui l’affluenza è scesa fino a rendere inefficace la consultazione. Ogni voto, in ogni caso, ha raccontato qualcosa di preciso sull’Italia del suo tempo.
La nascita della Repubblica il 2 giugno 1946
Il punto di partenza resta il referendum del 2 giugno 1946, quando il voto popolare porta alla fine della monarchia e apre la fase repubblicana, accompagnata dall’elezione dell’Assemblea Costituente. È il momento che segna l’inizio della storia referendaria italiana e, allo stesso tempo, uno dei passaggi più significativi della storia nazionale del Novecento.
Il referendum sul divorzio che passa alla storia
Per molti anni, dopo quella prima consultazione, il referendum non torna al centro della scena. Bisogna attendere il 1974 per ritrovare gli italiani davanti a una scelta destinata a lasciare un segno profondo. Il quesito riguarda l’abrogazione della legge Fortuna-Baslini, quella che aveva introdotto il divorzio. In quell’occasione prevale il No con il 59,3%, quindi la legge resta in vigore. Quel voto passa alla storia anche per un altro motivo: è il referendum con la più alta affluenza registrata in Italia.
I referendum in Italia negli anni ’70 e ’80
Negli anni successivi il ricorso al referendum diventa più frequente. Nel 1978 si vota su due temi distinti: da una parte la legge Reale sull’ordine pubblico, dall’altra il finanziamento pubblico ai partiti. In entrambi i casi prevale il No.
Tre anni più tardi, nel 1981, arriva una consultazione molto ampia, con cinque quesiti che toccano questioni delicate e divisive. Si parla della legge Cossiga pensata nel clima dell’emergenza terrorismo, dell’ergastolo, del porto d’armi e di due interventi diversi sulla legge 194 sull’aborto, uno in senso più permissivo e l’altro più restrittivo. Anche in quel caso, su tutti i fronti, vince il No.
Nel 1985 il tema è economico e riguarda la scala mobile, meccanismo collegato all’adeguamento dei salari all’aumento dei prezzi. Anche qui il risultato premia il No. È una fase in cui il referendum viene usato per affrontare questioni molto diverse, dal diritto di famiglia alla sicurezza pubblica, passando per i temi del lavoro e della politica economica. Il quadro che ne esce mostra un Paese che utilizza il voto popolare come arena di confronto diretto su materie molto sensibili.
I referendum negli anni ’90: nucleare, partiti e quorum
Una nuova tappa importante arriva nel 1987, quando gli italiani votano cinque referendum abrogativi che toccano, tra le altre cose, la responsabilità civile dei giudici, i reati ministeriali e il nucleare. In questa occasione prevale il Sì in tutti i quesiti.
Due anni dopo, nel 1989, si tiene l’unico referendum consultivo della storia repubblicana: la domanda riguarda il conferimento di un possibile mandato costituente al Parlamento europeo. Il risultato è larghissimo, con il Sì all’88,3%.
Il 1990 segna invece una svolta diversa, perché per la prima volta nella storia referendaria italiana non viene raggiunto il quorum. I quesiti sono legati alla caccia, all’accesso ai fondi privati da parte dei cacciatori e all’uso dei fitofarmaci in agricoltura. Da quel momento, il mancato quorum diventa un elemento sempre più centrale nella lettura delle consultazioni.
Nel 1991 il referendum sulla riduzione delle preferenze per l’elezione della Camera da tre a una ottiene un Sì al 95,6%, mentre nel 1993 si apre una stagione di quesiti numerosi e molto articolati. Si vota su controlli ambientali, finanziamento pubblico ai partiti, nomine ai vertici delle banche pubbliche, legge elettorale del Senato e soppressione di alcuni ministeri. In quell’occasione prevale il Sì, in una fase politica segnata da forti spinte di cambiamento.
Nel 1995 i quesiti sono addirittura dodici e toccano sindacati, pubblico impiego, custodia cautelare per imputati di mafia, natura pubblica della Rai, commercio, contributi sindacali automatici, doppio turno per l’elezione dei sindaci, liberalizzazione degli orari dei negozi, concessioni televisive e pubblicità in tv. È una consultazione frammentata, con esiti differenti tra Sì e No, segno di un elettorato meno compatto e di una materia molto tecnica.
Il fattore del quorum ai referendum
Il 1997, il 1999 e il 2000 sono invece anni dominati dal quorum mancato. Si vota su privatizzazioni, servizio civile, caccia, magistratura, Ordine dei giornalisti, sistema elettorale della Camera, rimborsi elettorali, Csm, separazione delle carriere tra pm e giudici, articolo 18 e trattenute sindacali.
Eppure, nonostante la quantità e il rilievo dei temi, la partecipazione non basta. È il segnale di una crescente difficoltà del referendum abrogativo a mobilitare l’elettorato come accadeva nei decenni precedenti.
Dalle riforme costituzionali alla giustizia
Con il nuovo secolo cresce il peso dei referendum costituzionali, che non prevedono quorum e quindi vengono letti in modo diverso rispetto agli abrogativi. Il primo arriva nel 2001 e riguarda la modifica del Titolo V della seconda parte della Costituzione. Vince il Sì con il 64,2%.
Nel 2003 e nel 2005 si torna invece ai referendum abrogativi, ma in entrambi i casi il quorum non viene raggiunto. Nel 2005 i quesiti toccano la ricerca sugli embrioni e la procreazione medicalmente assistita, temi molto delicati che animano il dibattito pubblico ma non portano abbastanza elettori ai seggi.
Nel 2006 si tiene il secondo referendum costituzionale, sulla modifica della seconda parte della Costituzione. In quel caso prevale il No con il 61,29%. Il 2009 vede un altro quorum mancato su questioni elettorali, mentre nel 2011 il referendum torna protagonista con quattro quesiti su servizi pubblici locali, acqua, nucleare e legittimo impedimento. In tutti i casi vince il Sì, in una delle ultime consultazioni capaci di superare nettamente la soglia di partecipazione richiesta.
Nel 2016 il quorum non viene raggiunto nel referendum sulle trivellazioni entro le 12 miglia marine. Nello stesso anno, il 4 dicembre, gli elettori si esprimono sulla riforma costituzionale Boschi-Renzi, che interviene su bicameralismo, numero dei parlamentari, CNEL e Titolo V. Anche qui prevale il No, con il 59,12%. Quattro anni dopo, nel 2020, il referendum costituzionale sulla riduzione del numero dei parlamentari si chiude con il Sì al 69,96%, con un’affluenza del 51,12%.
Nel 2022 cinque referendum abrogativi sulla giustizia non raggiungono il quorum. I quesiti riguardano Csm, valutazione dei magistrati, separazione delle carriere, custodia cautelare e decreto Severino.
Nel 2025 gli italiani vengono chiamati ancora una volta alle urne per cinque quesiti abrogativi che spaziano dal Jobs Act ai licenziamenti nelle piccole imprese, dai contratti a termine alla sicurezza sul lavoro, fino alla proposta di ridurre da dieci a cinque anni il periodo di residenza legale necessario agli stranieri extracomunitari maggiorenni per chiedere la cittadinanza italiana.
Il referendum costituzionale del 2026
L’ultima tappa di questo lungo percorso è fissata per il 22 e 23 marzo 2026, con il referendum costituzionale sulla separazione delle carriere dei magistrati. Il quesito chiede agli elettori di approvare o respingere una legge costituzionale che modifica l’assetto della magistratura, interviene su sette articoli della Costituzione, prevede due distinti Consigli superiori della magistratura e istituisce una nuova Alta Corte disciplinare.
Ottant’anni dopo il referendum che fece nascere la Repubblica, il voto popolare continua, dunque, a occupare uno spazio centrale nei passaggi più delicati della vita istituzionale italiana.
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Gianluca Rini
Sono laureato in Comunicazione e Multimedia e in Scienze Turistiche, ho conseguito un Master in Giornalismo e Comunicazione. I miei interessi vanno dall'Italia e le realtà delle città del nostro Paese fino alla tecnologia e a tutto ciò che riguarda la cultura.




