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Torino a fumetti: Ponti e Spadavecchia ci raccontano di "Un appartamento a Torino"

un_appartamento_a_torinoAl Torino Comics, salone mercato dedicato interamente al mondo del fumetto e dell’animazione, tra gli eventi e gli incontri con autori ed esperti nel settore, ce n’è stato uno legato a doppio filo alla nostra città: si tratta dall'incontro con Marco Ponti (regista tra gli altri anche del celebre film, anch'esso di ambientazione Torinese, Santa Maradona) e Cristiano Spadavecchia (Scenografo, illustratore pubblicitario per Armando Testa e autore di Brendon, celebre testata della Sergio Bonelli Editore) autori di “Un appartamento a Torino”, il nuovo fumetto edito dalla Pavesio Editore. Il fumetto racconta le “non avventure” di due studenti universitari nullafacenti che vivono in un piccolo appartamento di Torino, ma che sono troppo pigri per aver voglia di fare qualunque cosa diversa dal starsene sul proprio divano. Un'opera surreale e divertente con personaggi che riflettono e a tratti ribaltano la realtà studentesca dei nostri giorni, quella dei ragazzi che, a causa proprio dei loro limiti finanziari, difficilmente possono vivere davvero la città. Il tutto ovviamente nella cornice della nostra Torino e di alcuni dei suoi luoghi più famosi come il museo egizio, il “Pastis” o la “Deutsche Vita” celebri locali del Quadrilatero Romano. Proprio durante il Torino Comics ho la possibilità di intervistare i due autori che mi hanno raccontato del loro lavoro offrendo una visione dei loro protagonisti (e di Torino) davvero molto, molto particolare e fortemente ironica:

Paola Boni - Com'è iniziato il sodalizio che ha portato alla nascita di “Un appartamento a Torino”

Marco Ponti – Innanzi tutto con Cristiano abbiamo collaborato sempre sui film ai quali lavoravo io. Lui interveniva prima come storyboard artis e poi, conoscendoci col tempo, ha lavorato gomito a gomito con il reparto scenografia e quindi come artista visivo. Non facendo film ogni sei mesi visti i tempi del cinema lunghi e complicati, io avevo scritto una storia che mi sembrava quasi più giusta diventasse un fumetto. Avevo mandato i personaggi a Cristiano, all'epoca lavoravo negli stati uniti, e lui ha cominciato a disegnarli. Prima sembrava quasi una cosa della serie “ok, ho illustrato una cosa poi vediamo”. Questi personaggi però ci sono rimasti nella testa e quando io sono tornato a vivere in Italia abbiamo cominciato a chiederci chi erano, che cosa facevano, volevamo inventare delle avventure e da lì abbiamo avuto questo appuntamento fisso durante il quale io e Cristiano ci trovavamo periodicamente a fare dei giri per salutarci in Torino e inventavamo le avventure di questi personaggi. Poi lui li disegnava e li mettevamo on line su facebook pensando che la cosa si sarebbe poi esaurita in breve e invece e andata avanti finché non avevamo talmente tanto materiale che è arrivato Pavesio e ha detto “facciamolo diventare un libro” ed ecco che è venuto fuori questo primo volume delle avventure dei nostri personaggi.

P.B.- Per quanto riguarda le idee, da dove prendevate gli spunti per creare queste avventure?

M.P. – Le mie idee venivano sempre dalle conversazioni con Cristiano, non c’era mai una separazione del lavoro. Ovviamente poi lui disegnava a casa però volevamo trovare delle situazioni che ci facessero ridere entrambi. I due personaggi non siamo noi però in qualche modo vedono il mondo un po’ come lo vediamo noi spesso a volte ribaltando delle situazioni.

Cristiano Spadavecchia – Le idee arrivavano anche un po’ ritornando indietro nel tempo perché questo loro modo di vivere è il nostro modo di vivere probabilmente di quindici, venti, venticinque anni fa cioè quando eravamo giovani studenti. Avevamo delle prospettive di vita che erano molto alte, tutto poteva succedere però non succedeva poi granché perché eravamo squattrinati e dovevamo cercare di studiare , di andare avanti nella vita. Insomma si ritorna un po’ ragazzi facendo questo fumetto, si ritorna anche un po’ liberi.

M.P. – Sì poi è curioso perché che c’è una sorta di realismo al suo interno. Questa città è sempre stata “venduta” tra virgolette come la città del divertimento, dove la gente ha milioni di cose da fare però nella realtà tutti quelli che vivono poi l’università o il post università non è che sono sempre immersi in qualche cosa che sia sempre entusiasmante anzi spesso la realtà lo è meno. I nostri personaggi vengono a Torino e dicono “Ci divertiremo come dei pazzi” però poi alla fine non escono di casa perché quando lo fanno non c’è niente.

C.S.- Non c’è niente soprattutto per loro con quella loro capacità e possibilità, con gli amici che hanno a disposizione e la loro “potenza di fuoco economico”. Sono personaggi di questo tempo, un tempo in cui abbiamo i giovani che sono al 40% di disoccupazione, e i nostri personaggi fanno parte probabilmente di quella fetta di vita lì. Non sono tanto distanti, non ci siamo andati a inventare una realtà parallela.

M.P. – Ecco quello è fondamentale cioè che attraverso il meccanismo della striscia comica classica con battuta finale, la nostra idea era di parlare esattamente di come funziona il mondo oggi ovviamente filtrato dalla nostra sensibilità. Si chiama “una appartamento a Torino” e si svolge in un luogo specifico non a caso. Ovviamente poi ci sono situazioni che ci fanno ridere ad esempio : Cristiano è animalista e vegano mentre io no e quindi lo obbligo a fare scene dove gli animali muoiono in maniere “truculente”.

P.B. – Tipo schiacciare un cane sotto la macchina

M.P.– Esatto come schiacciarlo più volte sotto la macchina. Lui soffre ovviamente perché è l’ultima cosa che farebbe nella vita. Quelle sono cose che appunto a noi piacciono però sono una deriva di fantasia all’interno di una struttura che per noi è realistica

P.B. - Io stessa come ragazza “squattrinata” con amiche “squattrinate” mi ci sono rivista molto.

C.S. – Sì è un dato di fatto. Cioè lo studente universitario, a meno che non abbia dietro di sé una famiglia potente che lo spalleggia, è sicuramente così perché arriva in un momento della sua vita in cui deve emanciparsi dalla famiglia però non ha ancora gli strumenti economici per farlo. Quando gli va bene va a fare il lavoretto di ripiego per pagarsi gli studi e quando va male non fa neanche quello come i nostri personaggi che ci provano a lavorare, ma non ci riescono. Come fanno a lavorare?

M.P. – Anche perché abbiamo messo in scena due personaggi che, essendo io e Cristiano intelligentissimi, sopra la media (ridacchia), a differenza nostra sono molto sotto la media e qualcuno magari potrebbe trovare molto più autobiografico quel loro aspetto. Nel senso che loro non hanno veramente le chiavi per interpretare la realtà in maniera geniale cosa che noi crediamo che accada anche nella realtà. Magari ci sono delle volte in cui hai l’idea giusta, ma ti è arrivata un po’ dopo, hai il punto di vista giusto, ma non hai qualcuno a cui raccontarlo oppure semplicemente hai il cervello che si muove però poi al momento giusto non quagli.

C.S. – Sì, io ad esempio mi ricordo che quando studiavo ho avuto questo flash e ho detto “ ma ste macchine che girano per la strada son tutte mezze vuote, perché non facciamo le auto grosse la metà?” Adesso sono anni che studio per diventare ingegnere e progettare quel tipo di macchina però nel frattempo hanno già fatto la Smart e m’han fregato.

M.P. – Ecco sei stato zitto, non conoscevi nessuno e non avevi nessuno a cui spiegargliela.

C.S. – Eh, son problemi .

M.P. – Insomma non abbiamo mai voluto mettere in scena dei personaggi che fossero esemplari né nel bene né nel male, sono una piccola deriva di umanità alla quale noi vogliamo bene soprattutto poi quando nel fumetto ci sono dei momenti un po’ più particolari tipo loro che finiscono al museo egizio perché a casa loro fa troppo freddo e facendo dei danni liberano lo spirito di una donna egizia morta da duemila anni. Però per loro, che sono di basso profilo, lei è un’extracomunitaria che si tengono in casa per far le pulizie e il fatto che sia morta per loro non è neanche un problema. Tanto è un po’ mezza nuda per cui va anche bene e alla fine non la giudicano. Poi oltre a lei abbiamo aggiunto altri personaggi come il padrone di casa metal con fidanzata biondina che diventeranno sempre più importanti. La storia finisce con loro che tornano nell’appartamento dopo che hanno vissuto parecchio tempo in un campo nudisti perché lì così almeno Cristiano faceva più in fretta a colorarli.

Ecco vi siete documentati direttamente per il campo nudisti?

M.P. - Ma lui di solito disegna nudo quindi è stato facile. Ognuno ha le sue manie, gli artisti sono fatti così.

C.S. - e a casa mia poi fa molto caldo.

M.P. – Ma a volte lo fa anche in piazza castello. (scoppia una risata generale) Per disegnare sulle panchine bisogna organizzarsi.Ah, guarda noi su tutto ci siamo documentati. Io ho provato anche a schiacciare il loro cane con l’automobile ma non ce l’ho fatta.

C.S.- Comunque va detto che Marco a volte tra i due è il più pigro. In realtà è un po’ una gara di pigrizia tra me e lui. La striscia che c’è nel fumetto in cui loro sbadigliano è molto realistica della nostra situazione esistenziale quando lavoriamo. Però lui mi batte sempre un pochino in pigrizia anche nello stendere le sue strisce perché a volte io le disegno che ancora non c’è la sceneggiatura scritta che è un record.

M.P. – Sì c’erano due tavole in cui non era chiaro cosa dovesse disegnare perché avevamo detto che loro sono in spiaggia, stavano facendo questo e su quello insomma eravamo d’accordo però non era chiaro cosa pensano e ho detto “vabbé ci penserò” . Poi però passava il tempo, passava il tempo e poi Cristiano mi ha detto “io domani le disegno” e io “sì sì domani ti mando tutto” Non gliele ho mandate e lui “Marco io le ho disegnate”

“ Sì dai però poi facciamo le modifiche quando hai la matita e passiamo l’inchiostro”

Per cui il processo creativo a volte è proprio ribaltato. Solo l’avere dei personaggi che conosciamo bene, e a cui vogliamo bene, in un contesto semplice come il nostro ci ha permesso di sperimentare anche dei metodi narrativi atipici. Diciamo che la cosa fondamentale è stato il collaborare di persona. Spesso le collaborazioni sono via mail, via internet, skype invece noi lo facevamo veramente, fisicamente, con un appuntamento più o meno fisso ci trovavamo e producevamo le idee magari mentre facevamo altro, mentre stavamo lavorando a un film. Però quella è stata una cosa preziosissima collaborare e lavorare veramente insieme gomito a gomito. Avevamo anche in progetto di fare una tavola disegnata da me e sceneggiata da lui…

C.S. – Ma l’editore per qualche motivo non l’ha voluta.

M.P. - La metteremo magari nel secondo volume.

P.B. – Non vedo l’ora di vederla! Parlando di Torino quali sono i luoghi della città che si possono ritrovare nel fumetto?

M.P.- Di Torino abbiamo messo sempre in una chiave un po’ “ribaltata” il mondo delle gallerie d’arte, dei locali dove i nostri personaggi hanno sempre la sensazione che andando là si divertiranno un sacco e faranno un sacco di cose fighe, cosa che non succede mai. Quindi la Torino diciamo… “figha” quella degli aperitivi. Poi c’è il museo Egizio e loro abitano in una casa vista Mole…( Quando loro a un certo punto vivono lontano da Torino in un momento di nostalgia dicono “Ah, a noi Torino ci manca. Ci mancano le piste ciclabili che finiscono nel nulla” e a un certo punto uno cita anche il Nilo per cui non hanno nemmeno le idee chiarissime su dove abitino). La loro Torino è la Torino centro, il Quadrilatero perché ci faceva ridere l’idea che il posto più chic fosse poi abbinato a uno stile di vita veramente limitato.

P.B. - Ho notato che i vostri protagonisti ogni volta che escono finiscono sempre col voler tornare sul divano. Qual è invece il vostro rapporto con la città?

M.P. – Io alla fine Torino la conosco anche poco. Ho sempre la sensazione che gli altri si divertano molto più di me nel senso che arrivo nei locali e mi dicono che erano di moda mesi fa così come i ristoranti e quindi è una città che è diventata anche nel fumetto, una di quelle città che te ne vai e sei l’unico a soffrire. C’è una sorta di “non espressione delle emozioni”, non ho mai visto fare grandi comitati di addio per i nostri amici che partivano e andavano a vivere lontano. È una città ideale per viverci però l’idealizzazione “da Marketing” che è stata fatta negli anni io non l’ho mai vista così come questa Torino multietnica che da vent’anni cercano di spacciarci. Può essere migliore insomma.

C.S. – Io sono venuto a vivere a Torino nel 92 per studiare all'Accademia delle Belle Arti e da lì cerco di costruire un rapporto con la città. Ovviamente in questi anni è cambiato tantissimo il mio rapporto con la città perché prima era soltanto una città legata allo studio. Quando finivo di studiare andavo via, tornavo a casa dai miei e stavo tre o quattro mesi nella mia città durante i mesi estivi. Quando poi ho iniziato a viverci per lavorare il mio rapporto con la città è cambiato molto perché ho cominciato a scoprire ad esempio che Torino è bellissima ad Agosto, quando non c’è nessuno. Quella sì che è la città che dovrebbero pubblicizzare: poche macchine, aria pulitissima, di notte c’è silenzio e quando cammini per strada saluti le persone perché non c’è caos e ti viene da parlare con la gente però ovviamente è utopica una cosa del genere per una città di un milione di abitanti o poco meno, stipati in così poco spazio. Non possono vivere in quella maniera lì, bisognerebbe allargare la città, ma non c’è lo spazio. Però ecco stando a Torino tutti questi anni ho iniziato a fare tutte queste considerazioni e mi son reso conto che rispetto ad altre città, il mio rapporto con questa era comunque d’affetto, non soltanto di praticità. Io ci stavo bene, mi piacevano i palazzi, mi piaceva l’architettura, la storia di Torino. Ho conosciuto tantissime persone importanti qui a Torino con le quali tutt’ora collaboro sia nel lavoro che nella vita di tutti i giorni. Credo che il rapporto mio con la città sia un rapporto molto in crescita, ultimamente ho avuto anche la fortuna di costruire una famiglia qui. L’unica cosa che veramente io non riesco a capire come si fa a Torino è avere un appartamento. Cioè non ci riesci, non ce la fai. Io da mesi cerco di comprare un bilocale e non ci riesco. C’è sempre un intoppo, poi c’è sempre qualcosa che non va: quando trovi la casa giusta però poi non te la vendono e quando poi finalmente trovi la banca che ti da i soldi poi ti bloccano i soldi perché secondo loro non vali abbastanza cioè non ho mai trovato un posto dove sia così difficile stanziarsi e diventare residente come Torino.

Mp – Torino non ci vuole fondamentalmente.

Cs – Non ci vuole e noi abbiamo scritto “un appartamento a Torino” proprio come un altro scrittore scriverebbe dell’ El Dorado cioè di qualcosa che non potrà mai avere.

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