• Home
  • CRONACA
  • Bruno Caccia, dopo 30 anni la famiglia chiede la riapertura delle indagini

Bruno Caccia, dopo 30 anni la famiglia chiede la riapertura delle indagini

Nel giorno del 30esimo anniversario dell'assassinio di Bruno Caccia, il 26 giugno 1983, i figli del Procuratore Capo di Torino – Guido, Cristina e Paola - chiedono alle Istituzioni tutte di appoggiare la richiesta di riaprire le indagini su quell'omicidio, considerato anomalo sotto diversi aspetti.

I fatti del 1983

La sera dell'efferata esecuzione, Bruno Caccia era a passeggio con il suo cane, in via Sommacampagna; viene affiancato da una Fiat 128 con a bordo due persone. L'autista rallenta, abbassa il finestrino e inizia a sparare una serie di colpi; l'altra persona scende dalla macchina, si avvicina al Procuratore e spara altri colpi. Inutile la corsa in ospedale, Bruno Caccia muore durante il tragitto sul mezzo di soccorso.
Le anomalie dell'esecuzione sono subito chiare agli inquirenti: non è un delitto ordinato e portato a termine da Cosa Nostra, la mafia siciliana non c'entra; è la 'Ndrangheta, che decide di uscire dal cono d'ombra e ritagliarsi un pezzo di notorietà. Caccia è il primo magistrato ucciso da un'organizzazione diversa dalle cosche mafiose in un territorio che, all'epoca, si credeva immune da infiltrazioni della criminalità organizzata.
Un altro aspetto che non è chiaro ancora oggi, è il modus operandi degli esecutori: durante i processi che porteranno alla condanna all'ergastolo nel 1993 di Domenico Belfiore, più volte si è fatto riferimento al livello troppo basso degli esecutori rispetto all'alto grado del rappresentante delle Istituzioni ucciso.
Belfiore, da parte sua, ha sempre dichiarato che Caccia è stato ucciso “perché con lui non ci si poteva parlare”. In quegli anni, la 'Ndrangheta aveva già molti affari in Piemonte, controllava bar, ristoranti, imprese edili ed era arrivata a mettere le mani anche sul bar del Palazzo di Giustizia, dove Caccia operava.

La memoria abbandonata

Per troppi anni, il ricordo di questo omicidio è rimasto nell'oblio. Le anomalie dell'esecuzione, il processo, tutto è passato nell'ombra, come se il fatto di essere stato ucciso a Torino e non in territorio siciliano, dalla 'Ndrangheta e non dalla mafia, lo rendesse meno importante.
I riconoscimenti per il lavoro di quest'uomo, integerrimo e accanito sostenitore della lealtà verso lo Stato, tradotta in un'irreprensibile condotta personale e professionale, arrivano con il contagocce: il sequestro di una cascina a San Sebastiano da Po, proprietà di Salvatore Belfiore, fratello di Mimmo, intitolata a lui e alla moglie Carla e, nel 2001, l'intitolazione del nuovo tribunale.

La commemorazione a Palazzo Civico

Durante la commemorazione di oggi in Sala Rossa, è intervenuto anche Giancarlo Caselli, Procuratore della Repubblica di Torino, che ha ricordato che il processo aperto da Caccia non è slegato dal processo Minotauro, durante il quale, questa mattina, Caselli ha fatto una requisitoria di tre ore. Oggi, ormai è chiaro, la 'Ndrangheta in Piemonte non è solo leggenda metropolitana, ma è una realtà radicata, con le sue sedi direzionali e le filiali in tutto il territorio. Non controlla qualche bar, ma vince gare e appalti pubblici per le grandi opere, quelle considerate strategiche per il territorio non solo regionale, ma nazionale.
I timori riguardano il deficit di informazione: i giornalisti danno poco spazio al processo Minotauro, la gente si fa l'idea che vuole, ma non è quella corretta. L'unica idea plausibile, è quella della condanna delle attività della criminalità organizzata.
Caselli, allievo di Caccia e amico di vecchia data della famiglia, sostiene convintamente l'opportunità di riaprire quel processo per “arrivare a una verità che finora è emersa solo in parte” e anche perché “l'oblio di quel delitto ha facilitato le infiltrazioni criminali. Stamattina ho parlato al processo Minotauro, e ho parlato delle infiltrazioni della 'Ndrangheta nel Comune di Torino, delle collusioni tra organizzazioni criminali e politica”.

La famiglia del Procuratore

La conclusione della cerimonia è stata affidata al figlio del Procuratore, Guido Caccia, intervenuto anche a nome delle sorelle Paola e Cristina. Nel ringraziare le Autorità e gli intervenuti, ha ricordato che la commemorazione “non è stata solo una cerimonia, ma un atto di gratitudine nei confronti di mio padre. Mia madre sarebbe fiera e felice di vedere l'intenzione di ricercare la verità che non è mai venuta a galla”.

Pin it

Copyright © TorinoFree.it, il blog di Torino e hinterland IT13181390157